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La depressione: “dal farmaco alla parola”
Sede: Ordine dei Medici di Venezia Data: 3 luglio 2004, h. 8.45-18 continua: NOTE della Relazione di M. Magrini Nota 3 : " La formazione di un ideale sarebbe da parte dell’Io la condizione della rimozione. A questo Io ideale si rivolge ora quell’amore di sé di cui l’Io reale ha goduto nell’infanzia. Il narcisismo appare ora spostato su questo nuovo ideale che si trova in possesso, come l’Io di quando si era bambini, di tutte le più preziose qualità. L’uomo si è dimostrato ancora una volta, come sempre nell’ambito della libido, incapace di rinunciare a un soddisfacimento di cui ha goduto nel passato. Non vuole essere privato della perfezione narcisistica della sua infanzia e se – importunato dagli ammonimenti altrui e dal destarsi del suo stesso giudizio critico – non è riuscito a serbare questa perfezione negli anni dello sviluppo , si sforza di riconquistarla nella nuova forma di un ideale dell’Io. Ciò che egli proietta davanti a sé come proprio ideale è il sostituto del narcisismo perduto dell’infanzia, di quell’epoca, cioè, in cui egli stesso era il proprio ideale " ( pag. 464) Nota 4 : Tuttavia, anche se tutti dipendono dalle gratificazioni libidiche e narcisistiche arrecate dall’Altro, nel depressivo si riscontra una dipendenza eccessiva, per quanto riguarda la stima di sé, dagli apporti narcisistici di amore, di attenzione, di affetto Nota 5 : Margaret Mahler ( 1961) ha studiato le reazioni alla perdita dell’ oggetto simbiotico nei bambini psicotici ed ha mostrato come , al momento della separazione da questo oggetto, le rappresentazioni di fusione simbiotica del sé e dell’oggetto impediscano la progressione verso l’individuazione. Si assiste allora a reazioni catastrofiche di rabbia panica descritte come tipiche della sindrome psicotica simbiotica. Subentrano poi una regressione a un autismo secondario a altri meccanismi primari simbiotici o secondariamente autistici in combinazioni variate.. La Mahler definisce il rammarico come una reazione specifica alla perdita dell’oggetto e l’ansia come una reazione specifica al pericolo di questa perdita. La restaurazione dell’oggetto lipidico renderebbe i bambini piccoli capaci di provare tristezza e rammarico. In effetti , una volta che la loro armatura artistica sia stata intaccata, essi divengono particolarmente vulnerabili alla frustrazione emotiva, alla Hilflosigkeit , alla disperazione. La Mahler descrive il periodo di rammarico e di lutto che precederebbe inevitabilmente la completa rottura psicotica con la realtà e il ritiro artistico secondario. Da alcuni esempi clinici risulta che, in questi bambini psicotici, la tristezza e la sofferenza sono i primi segni di uno sviluppo progressivo e sembrano accompagnare obbligatoriamente l’uscita del bambino dal mondo artistico inanimato attraverso la restaurazione dell’oggetto lipidico. Solo quando i bambini hanno conservato la traccia mestica delle prime soddisfazioni dei loro bisogni – e di qui l’attesa fiduciosa che i loro bisogni possano essere soddisfatti – i bambini divengono capaci di restaurare l’oggetto simbiotico dopo la sua perdita troppo traumatica. In un articolo del 1966, la Mahler mostra come le trasformazioni della fase di separazione-individuazione determinino l’eventuale reattività depressiva ulteriore. I piaceri narcisistici legati alle nuove capacità ( narcisismo secondario) suscitano un sentimento vicino all’onnipotenza magica. Se, dopo la sotto-fase dell’esercizio, nel periodo di riavvicinamento ( sotto-fasi 2 e 3) non si ha accettazione da parte della madre , sussiste una grande vulnerabilità narcisistica. E’ allora l’emergenza della Hilflosigkeit che crea l’affetto depressivo di base. La diminuzione dell’ "attesa fiduciosa" caratterizza i bambini con insufficienti riserve narcisistiche, dotati di un affetto di irritazione e di scontento. L’affetto depressivo consisterebbe in un insieme di reazioni alla separazione, reazioni di lutto caratterizzate da accessi di collera e da tentativi di mettere la madre con le spalle al muro pur cercandola e corteggiandola, seguite dall’abbandono di questi tentativi, dall’abdicazione e dalla rassegnazione. La risposta depressiva sarebbe dunque una reazione affettiva fondamentale paragonabile all’angoscia. Secondo la Mahler, l’esaurimento dell’attesa fiduciosa e la diminuzione della stima di sé stessi , uniti ad un deficit della neutralizzazione dell’energia aggressiva, creano la base libidico-emotiva dell’affetto depressivo. Questa sensibilità al sentimento di impotenza in seguito ad una mancanza di fiducia di base sarebbe dovuta al cedimento della credenza del bambino nella sua onnipotenza e all’impossibilità di recuperarla grazie alla credenza nell’onnipotenza dei genitori. Inoltre, sulla base dell’identificazione con l’aggressore ( la madre) il bambino volge l’aggressività contro sé stesso in quanto vittima dell’aggressore, e ciò prima che i precursori del SuperIo siano consolidati in una struttura superegoica. La reazione depressiva di base sarebbe dunque una risposta particolare ad una situazione dolorosa accompagnata da sentimenti di incapacità relativi alla possibilità di restaurare una condizione soddisfacente. M.Mahler ( 1968 ) definisce l’individuazione come lo sviluppo progressivo di ideali sempre meglio adattati alla realtà e come la rinuncia alle mete infantili di dipendenza nei confronti degli oggetti esterni. Nel corso della fase di separazione-individuazione, il bambino separa le rappresentazioni psichiche del suo self da quelle della madre e insieme consolida le funzioni autonome del suo Io. In seguito a ciò egli può provare angoscia; secondo la Mahler , questa angoscia sarebbe dovuta al pericolo di perdere l’oggetto. Ricordiamo che per Joffe e Sandler (1965) l’angoscia sarebbe da mettere in relazione con la rinuncia a stati ideali del self quali ad es. quelli provati durante la fase simbiotica. Secondo questi Autori l’individuazione comprende non soltanto la rinuncia al passato e l’acquisizione di ideali adatti alla realtà, bensì anche l’esperienza della soddisfazione per il funzionare e il saper dominare, processo che prosegue il suo sviluppo nel corso della vita adulta. Nota 6 : Lo Zwischenreich Freud lo usa quando tratta di memoria e di fantasia, della réverie e del sogno, del gioco e della creatività nel 1892-97 (Minute teoriche L e M ) , nel 1899 (Ricordi di copertura), nel 1907( Il poeta e la fantasia), nel 1911 (I due principi dell’accadere psichico), nell’Introduzione del 1915-17 ( l’insoddisfazione libidica e il fantasticare compensativo e sostitutivo, passato presente e futuro sul filo del desiderio, i fantasmi originari e le "riserve" naturali della fantasia, ricordare e costruire ricordi , il periodare bifasico del fenomeno psichcico secondo la riformulazione del senso nel tempo prima-dopo della Nachtraglichkeit, il dinamismo creativo delle " serie complementari " tra "coppie di opposti") Nota 7 : " Il lutto per la perdita di qualcosa che abbiamo amato o ammirato sembra talmente naturale che il profano non esita a dichiararlo ovvio. Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma, uno di quei fenomeni che non si possono spiegare ma ai quali si riconducono altre cose oscure. Noi reputiamo di possedere una certa quantità di capacità d’amare – che chiamiamo libido – la quale agli inizi dello sviluppo è rivolta al nostro stesso Io. In seguito, ma in realtà molto presto, la libido si distoglie dall’Io per dirigersi sugli oggetti, che noi in tal modo accogliamoper dire così nel nostro Io. Se gli oggetti sono distrutti o vanno perduti per noi, la nostra capacità di amare ( la libido) torna ad essere libera. Può prendersi altri oggetti come sostituti o tornare provvisoriamente all’Io. Ma perché questo distacco della libido dai suoi oggetti debba essere un processo così doloroso resta per noi un mistero sul quale per il momento non siamo in grado di formulare alcuna ipotesi. Noi vediamo unicamente che la libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti, neppure quando il loro sostituto è già pronto. Questo dunque è il lutto". ( Freud S., 1915, OSF 8, pagg. 174-5) Nota 8 : Vale la pena distinguere : 1. dolore psichico e depressione; quest’ultima è infatti una risposta che comporta il sentimento di incapacità ( Hilflosigkeit) a restaurare una situazione interiore soddisfacente ( v. Sandler) 2. dolore psichico e depressione da una parte, colpevolezza dall’altra ; quest’ultima caratterizzata dall’angoscia di fronte al Super-Io 3. dolore psichico e depressione da una parte, angoscia depressiva dall’altra; intesa quest’ultima come il timore ( proiettato nel futuro) di danneggiare l’oggetto e, quindi, di esserne separati, con conseguenze minacciose per l’individuo I VECCHI TRA LUOGHI COMUNI, PUBBLICITA' E DEPRESSIONE ALBERTO CESTER Nella nostra società sul tema della depressione in età anziana esiste un atteggiamento mass mediologico ipocrita che oscilla tra l’indifferenza ed il colpevole compatimento. Quasi come se fosse normale essere depressi da vecchi o come se il fatto di essere depressi da vecchi in fondo non rappresenti una sorta di male inevitabile, incurabile, quindi socialmente trascurabile. D’altro canto come si può non essere depressi da vecchi, se il messaggio è quello di una società dove trionfa un giovanilismo efficientista, dove chi non rientra nei canoni di bellezza ed età considerati in voga, deve ricorrere a creme, chirurgia, ed atteggiamenti tipici più dell’età dell’adolescenza che della maturità? Dove chi è vecchio viene al massimo utilizzato per una réclame di birre, dove chi soffre di un disturbo, mai citato e ritenuto inconfessabile come l’incontinenza, deve essere felice solo grazie ad un sistema di assorbenza che gli permetta comportamenti surrogati di maternità o giovinezza, e cioè l’accudimento ed il far roteare in aria la nipotina o piuttosto l’essere stretta dal partner … Crediamo proprio che il pensiero di chi è incontinente sia solo quello legato ai normali rapporti sociali, o che lo stress derivante da questa condizione non limiti ed influisca pesantemente su tutta la sfera dei comportamenti e dei sentimenti di un individuo, come ad esempio la sfera sessuale…? E di fronte ad una réclame di adesivi per dentiere, pensiamo davvero che l’auspicio massimo del malcapitato costretto ad usarli, sia quello di mordere una mela o di passare con la bocca la rosa alla propria compagna nel vortice della danza? Inoltre abbiamo mai visto pubblicità di calze fatte da attrici attempate? Oppure uomini anziani sbarbati di fresco che debbano per forza rinfrescarsi con il dopobarba di chi non deve chiedere mai… E se da vecchi non si arriva come Sean Connery o Sofia Loren, la depressione è obbligatoria o l’unica alternativa è data dal ricorrere al chirurgo estetico ? Ancora per valutare la depressione di un anziano questi dovrà per forza subire una batteria di test per valutare se è cognitivamente normale e quindi idoneo ad una normale raccolta anamnestica, o si potrà semplicemente chiedergli se si sente depresso, se si sveglia stanco, se è felice e soddisfatto della propria vita come si faceva un tempo … Su queste riflessioni, su alcune di queste domande e su taluni aspetti dell’epidemiologia geriatrica della depressione verterà il mio intervento. DEPRESSIONE E MENOPAUSA: QUALE RELAZIONE? ANTONELLA DEBORA TURCHETTO Alla donna in menopausa vengono associati dal senso comune molti sintomi relativi alla sfera psichica, fra questi più frequentemente la depressione. Le donne in climaterio/menopausa che si rivolgono al medico (e vieppiù il ginecologo) per i propri disturbi effettivamente lamentano molto spesso sintomi psico-neurologici. Ma se consideriamo gli studi statistici sulla reale incidenza del sintomo "depressione "( di volta in volta più chiaramente definito) nella popolazione di donne in climaterio / menopausa ,i dati che emergono non dimostrano alcuna significativa correlazione fra queste due situazioni. Anche se sembra che gli estrogeni migliorino il tono dell'umore ,il problema clinico più controverso riguarda la dimostrazione della presenza di una sindrome depressiva menopausale. Semmai è documentata una possibile accelerazione degli effetti sulla cognizione legati all'età a causa della caduta ormonale della menopausa. Comunque il 30% dei disturbi depressivi nella donna iniziano in associazione con eventi della vita correlati alla riproduzione e forse è possibile ipotizzare la presenza di vulnerabilità psicopatologica espressa da sintomi di spettro. Questi momenti di crisi biologicamente assegnati al genere femminile possono costituire un vantaggio selettivo perché avvicinano, aumentano le possibilità di aggiustare il proprio equilibrio e raggiungere la consapevolezza . POTERE SESSUALE E VERGOGNA MASCHILE GABRIELE OPTALE In quest’epoca di dichiarata grande efficienza e sbandierata pratica sessuale il fatto di presentare un qualsiasi disturbo legato a questa attività trova una forma di pudore comunicativo che impedisce il più delle volte di rivolgersi al medico di famiglia o allo specialista. Il disagio che si viene a creare nel maschio allorquando si presenta una mancata adeguata erezione o una eiaculazione precoce può incrinare profondamente la propria self-esteem e a volte può portarlo alla depressione. Il sentirsi non adeguati alle aspettative dell’altro può favorire l’instaurarsi di un sentimento di vergogna, capita così che spesso venga passivamente accettato il problema attribuendolo a stress lavorativo o a situazioni contingenti pensando che il tutto si risolverà spontaneamente. Il sentimento di vergogna avvertito dall’uomo che presume di ricevere, o effettivamente riceve, una disapprovazione per la sua non ottimale performance sessuale da parte della partner può incrinare o abbattere quella forma artificiosa di pseudo-potere sessuale che alcuni uomini pensano di possedere in virtù di una differenza anatomica. Spunti di riflessione anche correlati all’incidenza di queste problematiche nel nostro paese e ai tabù culturali che spesso minano una naturale richiesta di aiuto specialistico che deve sempre rispettare gli specifici back ground culturali del paziente e della coppia. Dal 1 Gennaio 2004 si è costituito, collegato all’U.O. di Urologia dell’Ospedale “Umberto I” di Mestre dell’ASL 12 Veneziana (sotto la direzione del dott. Carlo Pianon) un ambulatorio medico di Psicosessuologia (un centro pilota) dove dopo un adeguato iter diagnostico comprendente una visita medica si cerca di dare “risposte” che in genere hanno domande difficili anche da formulare. Il nostro fine è quello di facilitare un’apertura al dialogo con un referente medico specialista da parte di tutte quelle persone maggiorenni che per cultura o senso di pudore sono meno disponibili ad affrontate alcuni problemi di natura sessuale, senza accorgersi che spesso la presenza e il protrarsi di queste problematiche vanno a modificare i rapporti interpersonali (nella coppia, nella famiglia e sociali) a volte anche deteriorando rapporti che si pensava fossero ben consolidati. Non si tratta di una comune “visita specialistica” ma di una “consulenza specialistica”, un dialogo con l’esperto di problematiche inerenti alla sessualità, allo scopo di allontanare imbarazzi e timori, combattendo la disinformazione e individuare gli eventuali problemi prospettando delle possibili soluzioni ed eventualmente indicare, dopo aver espletato tutti gli accertamenti clinici necessari, il programma terapeutico più opportuno. Sarà solo dopo una attenta valutazione clinica del paziente (comprendente una visita medica) e delle sue problematiche che si potrà stabilire l’eventuale correlazione con altre patologie possibili concause della disfunzione sessuale stessa, la individualizzazione di possibili interazioni farmacologiche o di altre concause come fumo, alcool, droghe o particolari attività sportive, che potrebbero essere all’origine del disturbo sessuale e di conseguenza si potrà decidere di proporre una terapia farmacologica sintomatica con un counselling psicosessuale, un ciclo di psicoterapia, un aggiustamento farmacoterapico o un intervento chirurgico da praticare in forma unica o in combinazione. Si tratta quindi di un servizio integrato adeguato alla persona e il nostro l’intento è quello di migliorare la qualità della vita del singolo e della coppia (reale o virtuale) utilizzando tutti i mezzi che la scienza medica ci mette a disposizione. Bibliografia: 1 Baldaro Verde J. Lo spazio dell’illusione. R. Cortina: Milano, 1990. 2 Baldaro Verde J. La complessità dell’identità sessuale oggi: selezione naturale e sopravvivenza individuale. Rivista di scienze sessuologiche 1996;9(3): 43-59. 3 Winnicott D.W. (1958) (Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli, Firenze 1975) 4 Auld RB, Brock G, menbers of the Canadian Male Sexual Health Council. Sexuality and erectile dysfunction: results of a national survey. J Sex Reprod Med 2002; 2: 50-54. 5 Costa P, Avances C, Wagner L. Erectile dysfunction: knowledge, wishes and attitudes. Results of a French study of 5.099 men aged 17 to 70. Prog Urol. 2003 Feb;13(1):85-91.(Article in French) 6 Parazzini F, Menchini Fabris F, Bortolotti A, Calabrò A, Chatenoud L, Colli E, Landoni M, Lavezzari M, Turchi P, Sessa A, Mirone V and Gruppo di Italiano Studio Deficit Erettile (2000). Frequency and determinants of erectile dysfunction in Italy. Eur. Urol. 37:43-49. 7 Menchini Fabris GF , Rossi P, Turchi P, Scibona M. Epidemiologia della impotenza sessuale maschile.Giornale Italiano di andrologia 1994; 1:1-3. 8 Feldman HA, Goldstein I, Hatzichristou DG, Krane RJ, Mc Kinlay JB. Impotence and its medical and psychosocial correlates: results of the Massachusetts Male Aging Study. J. Urol. 1994 Jan; 151 (1): 54-61. 9 Laumann, E.O., Gagnon, J.H., Michael, R.T.& Michaels, S. (1994) The Social Organization of Sexuality: sexual practices in the United States (Chicago, IL,Univerity of Chicago Press). 10 Goldstein I. Premature to early ejaculation: a sampling of manuscripts regarding the most common male sexual dysfunction published in the IJIR: The Journal of Sexual medicine. IJIR 2003;15: 307-8. 11 Lizza EF, Rosen RC. Definition and Classification of Erectile Dysfunction: Report of the Nomenclature Committee of the International Society of Impotence Research. International J Impotence Research 1999; 11: 141-143. 12 Mulligan T, Katz PG. Why aged men become impotent. 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La vita media si è allungata, ma la scienza medica ha evidenziato una notevole conversione di patologie psichiche in organiche. Allergie, obesità dovuta al benessere ed abuso di cibi, tachicardie e cardiopalmi facilitati da una carente eliminazione dell’eccesso energetico, disturbi respiratori e digestivi sono frequenti. Viviamo in un’ipertrofia e ricchezza di stimoli, ed -essendo il cervello l’organo più plastico- tra l’insieme di stimoli provenienti dall’esterno e l’azione rivolta all’esterno, s’inserisce l’attività di pensiero, l’elemento più caratteristico dell’animale uomo. Ma non è sempre così. Siamo sempre più influenzati da elementi esterni alla nostra vita psichica, e succede di agire senza aver sufficientemente pensato. Gli automatismi e i meccanismi di difesa intervengono sotto il livello della coscienza, tanto nel sano quanto nel malato, in quest’ultimo però agiscono in modo esuberante. L’animale produce anch’esso pensiero, ma non nella forma così evoluta come l’uomo; l’animale reagisce allo stimolo ambientale tutelando la sopravvivenza e il proprio benessere, dominato essenzialmente da reazioni emozionali e il meccanismo dominante è la reazione alla paura; l’uomo dovrebbe essere in grado, avendo maggiormente sviluppato le qualità mentali, di interferire nelle risposte comportamentali se sviluppa le proprie capacità ideative, e dunque meditative. Risposte automatiche ad ansia e paura provocano rigidità e tensione muscolare, respiro affannoso per acquisire riserve di ossigeno; ciò se inizia come difesa corretta ad emozioni improvvise, diviene poi spropositato meccanismo che porta alla dispnea sospirosa, e conseguentemente porta allo stato psichico di nuova ansia fino all’attacco di panico; egualmente spropositato all’accumulo di cibo, o di ossigeno, è l’accumulo di denaro; all’origine di questi eccessi di incamerare riserve, sta la paura antica e l’insicurezza; l’ipernutrizione e l’iperpnea, meccanismi inizialmente validi, divengono essi stessi patogeni. Nei pazienti di psicoterapia, troviamo spesso meccanismi automatici: i pazienti sono spesso infrazionati da pensieri, per lo più non del tutto coscienti, invasi da idee che agiscono e danno stress. Seduta dopo seduta emergono pensieri e idee frustranti che si manifestano con il linguaggio e con la comunicazione nel setting, e tendono a coscienzializzarsi: solo allora si può interferire, e indirizzare a scelte di vita che prima erano impensabili perché inespresse, e proprio per ciò erano però potenti nuclei disturbanti gli stati organici e psichici. Meditare significa dunque pensare, questa attività psichica più semplice viene definita da Assagioli meditazione riflessiva; per far ciò basta mettersi in una comoda posizione fisica e nella disponibilità psichica di tranquillità per riflettere; molti di noi già lo fanno, è facile. Lo specchio che riflette la mente e i suoi pensieri non è necessariamente esterno (psicoterapeuta, amico, partner), ma è lo stesso soggetto pensante: riflette4nte e riflesso, soggetto e oggetto. Molti esseri esercitano spontaneamente e correttamente l’attività di pensiero, ma l’istruzione e l’insegnamento aiutano a migliorare attenzione e concentrazione e a legare il pensiero alla coscienza. Chiunque può utilizzare questa attitudine senza alcun pericolo, talvolta può essere utile farlo in compagnia, verbalizzare il proprio pensiero o oralmente o anche per iscritto con un diario autobiografico. Esistono però tipi di meditazione più complessi, che servono ad una miglior maturazione psicologica; le persone psichicamente stabili possono evolvere in una conoscenza più approfondita: è la meditazione ricettiva, che aiuta ad esprimere altre funzioni mentali quali l’immaginazione e l’intuizione. Anch’essa è abbastanza semplice; necessita di una maggior attenzione nel porre il corpo in una posizione assolutamente ideale di compostezza, ad esempio una yoga-asana, ma anche altra postura: per noi occidentali è sufficiente essere seduti su una sedia con la colonna vertebrale eretta, a 90 gradi tra le coscie e il tratto lombare, con il tratto cervicale lievemente flesso e gli occhi chiusi; è bene raggiungere anche una miglior tranquillità psichica, cioè uno stato di relax emotivo nel tempo in cui si medita. Questo tipo di meditazione non va consigliata a tutti, è generalmente controindicata in pazienti con componenti psicotiche in quanto facilmente svilupperebbero convincimenti non corretti, avendo per loro struttura difficoltà a tenere sotto controllo il pensiero deragliando dalla comune logica: per alcuni può essere deleterio, in quanto spinti a produzioni di fantasie tentano poi di adattare la realtà alle loro fantasie. Qui si può consigliare anche l’uso di un mantra; si è dimostrata efficace per uscire da alcuni tipi di dipendenza (alcool, droghe). E’ un tipo di meditazione cosciente, cioè va mantenuto lo stato di vigilanza, anche se vi è un abbandono mentale in cui la mente si trova in uno stato simile a quello del sogno notturno. Come esecuzione è semplice: raggiunta la calma psicofisica, si lascia entrare nella mente ogni contenuto in modo passivo e si lascia che la mente lavori liberamente; le suggestioni possono essere suggerite dall’esterno, ad esempio dallo psicoterapeuta che indica un percorso simbolico (tipo immaginazione guidata), o possono anche non esservi, lasciando la mente in posizione di accettare passivamente ogni contenuto dovesse comparire (sia dal corpo: sensazioni, percezioni, pulsioni, sentimenti, che dalla mente: pensieri, immagini, intuizioni) e limitandosi ad osservare ciò che passa attraverso la mente in quel determinato momento. Secondo uno schema scolastico ho suddiviso corpo e psiche, ma nel momento in cui si medita non vi è distinzione: il corpo, matrice dell’inconscio, e il suo cervello quale strumento operativo di intelligenza e volontà, sono solo definizioni del complesso somatopsichico e sono solo aspetti distinti di una medesima sostanza. All’inizio dicevo come le scelte siano spesso apparenti, e alcuni comportamenti (respiro, assunzione di cibo) siano comportamenti non del tutto coscienti; anche la scelta del vestito o dell’automobile, dell’abitazione sono condizionati da impulsi inconsci interferenti. L’uso di tecniche meditative aiuta la liberazione da fattori antichi, nascosti sotto il livello di coscienza. Intelligenza e volontà vanno dunque allenate per potersi sostituire agli automatismi filo- e onto-genetici, e le tecniche meditative costituiscono un’ottima palestra. Altri tipi di meditazione sono lo yoga, ma anche lo sport in generale, judo, karate, ed ogni altro mezzo che migliori il rapporto psicofisico possono essere considerate tecniche utili; storicamente però si identificano le tecniche psicodinamiche come il Rève-évéillè di R. Desoille, il Trainimg autogeno di J.H.Schultz, e la Imagerie mentale di Fretigny e Virel e le visualizzazioni guidate. L’uso dei mantra, nel laboratotorio psichico, è veramente utile; stare col proprio corpo, seguendone il respiro, o utilizzare il mantra che diviene il punto di riferimento; vi sono molteplici mantra, alcuni segreti e complessi, altri semplici come il notissimo “om”. Cosa succede nella recita di un mantra? OM. La parola è la contrazione delle sillabe sacre A e U la cui pronuncia dovrebbe partire dalla pancia e passare dal cuore, mentre la M esprime il passaggio dell’aria dalla gola alle narici fino all’esterno; i giainisti ricordano profeta, istruttore e monaco, per i buddisti è l’inizio del grande mantra del Dalai Lama (Om mani peme hum), nell’induismo significa l’origine cioè il Brama Supremo, ma -indifferentemente dal significato del simbolo- il mantra (collaudato da secoli in Oriente) funziona. Chidecide di farlo (bastano cinque minuti al giorno inizialmente), decide di dedicare cinque minuti a se stesso, nella recita emette l’aria in modo più regolare, e col respiro anche il battito cardiaco si regolarizza. Le prime volte si può recitarlo con lo psicoterapeuta nel corso di una seduta; poi si può proseguire da soli. Si tratta di instaurare un meccanismo, un automatismo, però frutto di una decisione e dunque di un atto di volontà. Ciò aiuta il paziente, ma anche chiunque voglia esercitarsi in questa pratica, ad avere nella giornata un momento in cui interrompere un flusso disordinato di idee e pensieri e altri stimoli e sentimenti. Può diventare il mezzo, dopo un breve allenamento, per interrompere le ansie e le depressioni quotidiane, per unirsi alla proprio io più profondo anche fuori dalla seduta di psicoterapia. In una prima fase bisogna avere la costanza di insistere, per poter imparare poi a dedicarsi alla meditazione anche nei momenti peggiori della giornata e della vita; in tal senso il paziente sarà contento di aver con sé a disposizione un mezzo che può –dopo un breve apprendimento- sostituirsi al benzodiazepinico, alle gocce. Il paziente apprende così, con un meccanismo attivo, un progressivo controllo delle ansie e dei malesseri, non con il ricorso ad una sostanza farmacologia esterna che segna il fallimento, ma attraverso un controllo interiore. Il benzodiazepinico in alcune fasi della terapia non va abolito, ma si mette -con la tecnica meditativa a disposizione del paziente- un meccanismo, facile come prendere le gocce di tranquillante, potente per indicare la possibilità di una “guarigione”; non sempre le ansie e le paure e le depressioni saranno eliminate, ma almeno il paziente imparerà a conviverci senza soffrire troppo; sarà solo in una successiva fase, sempre con l’aiuto dello psicoterapeuta, che il paziente potrà imparare a dirigere in modo costruttivo il proprio malessere psichico. L’ om dunque può essere usato al posto di quell’abuso di cibo, di quella ricerca d’aria, di quel ricorso al farmaco che costituisce il ricorso ad elementi esterni a se stesso e che si è dimostrato fallimentare. Il terapeuta, sfruttando la propria posizione di prestigio, è nella posizione ideale per dare l’indicazione all’uso del mantra, ma però tenendo presente che bisogna approfittare dei momenti di relativo benessere del paziente per insegnarli ad usare un metodo che lo potrà aiutare nelle ricadute, o per prevenire le stesse. Ora prima di passare alla meditazione creativa, cioè della meditazione di tipo superiore, facciamo, poiché non tutti la conoscono, l’esperienza diretta dell’uso dell’om per cinque minuti. (esperienziale: cinque minuti di om). Per meditazione superiore si intende l’incontro dell’io ordinario con la parte migliore di se stesso.E’ quella che Assagioli chiama la meditazione creativa. Quando con sufficiente esperienza meditativa ci si sente pronti ad interferire con un’atto direzionale della volontà sulle cose che succedono durante la meditazione, allora si può iniziare a dare una direzione, ad operare nello stato meditativo per orientare le nostre successive scelte e i comportamenti. Io uso rivolgermi alle immagini dei cinque budda della meditazione e a porre il quesito attendendone le risposte, ma può essere più comodo rivolgersi ad immagini più semplici come quella del vecchio saggio; in fase di meditazione ci si rivolge ad una immagine di se stessi che rappresenta la nostra parte migliore e si attende la risposta; scoprire che dentro a noi vi è la parte migliore, una parte sana e saggia che è in grado di fornirci indicazioni utili, e lavorare mentalmente per orientare i nostri comportamenti, è molto proficuo, se abbiamo avuto la modestia di sottoporci a questo allenamento meditativo. CONCLUSIONE La tecnica della meditazione è semplice, consente di dare direzione a noi stessi. Si parte dal comune esame di coscienza del nostro comportamento (riflessione), poi lasciamo la mente libera di ricevere tutto ciò che pur essendo nostro non affrontavamo coscientemente (ricezione), infine passiamo alla programmazione del progetto da realizzare (creazione). Siamo spesso talmente identificati nel singolo ruolo (figlio, coniuge, genitore, impiegato) e quando perdiamo una delle nostre funzioni è inevitabile il lutto o la depressione, ma se ci siamo abituati alla molteplicità del nostro animo eviteremo nel momento di difficoltà di identificarci solo con la parte persa. La sofferenza per la perdita è inevitabile, ma una adeguata preparazione psicologica permette la disidentificazione da un unico ruolo, e l’integrazione delle nostre polarità consente di affrontare le singole perdite che la vita ci porta. Insegnare la meditazione al depresso, significa fornire al paziente un metodo che gli consentirà, anche a distanza di anni dal termine della psicoterapia, di avere uno strumento di auto-aiuto a disposizione nei momenti di ricaduta; non bisogna infatti dimenticare che la reazione depressiva è un meccanismo di difesa che tutti abbiamo, ma che il paziente depresso ha sviluppato in modo esuberante e che permane la tendenza a ricorrere al meccanismo depressivo nei momenti di stress e di difficoltà. BIBLIOGRAFIA Roberto Assagioli: “The act of will”, The Viking Press (Penguin Books) New York1973 Lama Anagarika Govinda: “I fondamenti del misticismo tibetano”, Astrolabio-Ubaldini Roma 1972 |